LA CUOCA CON IL VELO
di Francesca Bellino

Le palestre dell’Appia sono per me una scuola di romanità. Ne ho girate sette prima di trovare quella giusta e ogni prova è stata una lezione su Roma. Anche l’ultima, quella femminile che ancora frequento, continua a essere un apprendistato della città in cui vivo. Non sono nata qui, ma da tre anni Roma è la mia casa. Anche se non capisco bene l’italiano e neanche le abitudini dei romani, la città mi è piaciuta subito. Mi sono innamorata dei musicisti vagabondi, del vociare delle piazze, delle luci dei negozi, degli zig zag dei motorini e soprattutto del fumare all’aria aperta. In Siria non avrei mai potuto accendere una sigaretta in strada o al caffè.

Anche se l’anno scorso ho compiuto 18 anni e mi sento abbastanza sveglia rispetto alle mie cugine e alle mie vecchie amiche di Damasco, tante cose lì non potevo farle. Ogni giorno lottavo contro i miei desideri fino ad annientarli, sopprimerli, ucciderli. Qui invece mi sento diversa: posso mangiare senza limiti, sognare la minigonna e fumare dove mi pare. Lo so che il fumo non fa bene, ma a me piace e mi piace vivere a Roma perché non conosco nessuno. Non ci sono zii e zie che mi controllano, cugini che mi giudicano e amiche che mi fanno sentire sbagliata. Mi sento come un uccello alla ricerca del suo canto libero. Qui faccio quello che mi piace e soprattutto ascolto i fatti della gente, cosa che a Damasco mi era impossibile. Uscivo poco, andavo sempre negli

stessi posti e vedevo sempre le stesse facce. A Roma, invece, cammino tanto, incontro persone di ogni tipo e inseguo le loro conversazioni. Lo faccio discretamente, senza farmi vedere.

Punto l’orecchio nella direzione dei discorsi degli altri ma guardo nella direzione opposta, per non farmi notare. Ascolto le storie della gente ovunque mi trovi, al bar, alle poste, a scuola, per strada. Origlio e non c’è niente di male. Origliare la vita delle persone non è mica un peccato! Io lo faccio in buona fede. Lo faccio per apprendere Roma, i romani e la romanità.

Vado a caccia di parole, suoni, abitudini, segreti e finora ne ho imparate tante di cose soprattutto negli spogliatoi delle palestre dell’Appia che per me sono diventati i villaggi delle ragazze chiacchierone. Quelle del turno della mattina sono un pozzo di saggezza romana. Sono tutte del quartiere Appio e hanno tutte una gran parlantina. Parlano prima, durante e dopo la doccia e a volte parlano anche durante la lezione di pilates che dovrebbe scorrere nel silenzio. Parlano sempre solo tra loro però. Mai nessuna mi ha rivolto la parola. Forse perché guardo sempre nelle direzione opposta ai discorsi. O forse perché hanno capito che sono timida e non parlo bene la loro lingua. Parlare l’italiano con gli sconosciuti mi sembra una cosa contronatura. Le parole escono dalla mia bocca storpie e rimbombano nell’aria pesanti, sregolate e difformi. Meglio tenerle dentro così restano intatte, non si sgretolano. Tengo dentro anche le parole che non capisco. Le rimpallo nella testa per ricordarle e magari un giorno le userò, inshallah, speriamo.