La Fuga
di Francesca Bellino

Roma è particolarmente deserta quando Lucia e Renzo sono pronti per partire. Sono gli ultimi della famiglia a chiudere il bar per mettersi al volante della loro Bmw grigia e lasciare la capitale. Solitamente parcheggiano l’automobile in doppia fila davanti al negozio di oggettistica del cugino, di fianco al loro bar, ma oggi hanno preferito lasciarla sotto casa per caricarla più facilmente di pacchi e valigie in vista della partenza. Entrambi hanno il desiderio di portarsi dietro le cose più preziose che possiedono. Non vogliono lasciare niente a Roma, a parte un po’ di vestiti, lenzuola, piatti, bicchieri e il ventilatore che possono sempre ricomprare dall’anziano Dong.   

Da quando Lucia e Renzo sono arrivati a Roma vivono nel benessere. Non gli manca niente. In soli tre anni di gestione del bar sono riusciti a pagarsi la macchina e parte della casa. Certo, all’inizio è stato duro avviare un’attività in una nazione così diversa dalla loro, ma l’hanno fatto con piacere anche se da quando sono arrivati in Italia non si sono mai presi una vacanza. Non hanno mai lasciato il bancone. Hanno sempre lavorato sodo, ma non gli è pesato. Li ha infastiditi di più cambiare nome. Sì perché da quando Lucia e Renzo si sono trasferiti a Roma, per gestire meglio gli affari, hanno messo nel cassetto i loro veri nomi e ne hanno scelto due nuovi.

«Lo facciamo per voi così non vi sbagliate» ripete sempre Lucia, anzi Pan Na Na, quando qualcuno le chiede perché lei e il marito hanno adottato un nome italiano.

I loro veri nomi per molti clienti sono difficili da pronunciare e anche da ricordare, dunque per Renzo e Lucia è stato più facile acquisirne un nuovo, come hanno fatto tutti i cinesi della comunità in Italia, piuttosto che insegnare quello cinese a ogni italiano che entra nel negozio. Anche la sera della partenza, mezzora prima di chiudere i battenti, un uomo entrato negli bar ha chiesto a Pan Na Na come si chiamava e quando lei ha risposto «Lucia», lui si è messo a ridere e ha insistito per sapere il suo nome cinese. Dopo un po’ di pressioni Pan Na Na ha ceduto di malavoglia e glielo ha detto. Non le piace pronunciare il suo nome da quando vive in Italia, ma ha anche imparato che il cliente ha sempre ragione e va accontentato come si può.

L’uomo ha continuato a sghignazzare, grattandosi il capo, e le ha sottolineato che Lucia non si addice alla sua persona e che le sta meglio Pan Na Na.

«Pure i nomi italiani volete prendervi. Non vi basta rubare il lavoro dei commercianti italiani. Vabbè! Posso chiamarti Panna?» ha poi aggiunto, tra il serio e il faceto, mentre sorseggiava il caffè ristretto con panna che ordina ogni volta che non ha fretta.

Lei non si è ribellata subito alla brutta battuta, ma poi c’ha pensato un po’ su e, dopo una pausa di riflessione, gli ha risposto adirata, ma provando a essere simpatica: «Come si dice a Roma? Fatti gli affari tuoi?».

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